martedì 25 gennaio 2011

"L'ASSIETTITU RA VIGNA" ossia l'impianto del vigneto

Nella pratica agricola relativa alle fasi di lavorazione di questa, come degli altri impianti stabili, tramandati dal 1600 fino agli inizi del ‘900, si evidenzia prima quella relativa alla preparazione del terreno o "tirrinu". Questa viene generalmente effettuata dopo il 15 di agosto, con la bruciatura delle erbacce o delle stoppie. Quindi si procede all’aratura profonda, che si effettua in senso longitudinale e trasversale, ossia a "sciaccari e rifunniri". Essa veniva fatta con l’aratro a "spadda" o a pertica che veniva tirato, al giogo più o meno grande, da due buoi o da due cavalli, da due muli o da due asini.

Tale preparazione del terreno veniva pure realizzata con l’aratro a "scocca" tradizionale, di cui la "scocca" poteva essere più o meno grande a seconda che servisse per cavalli, muli o asini.

Tale aratura profonda veniva fatta più volte dalla fine di agosto a novembre, quindi si assestava, ossia si squadrava, il terreno con una "lenza" o cordicella con tanti nodi equidistanti, che servivano per segnare con dei pezzi di canna o "cadduozzi" il punto dove si sarebbe dovuto piantare il sarmento, ossia "magghiuolu latinu" o tralcio, che essendo della qualità prescelta non abbisognava di innesto. L’impianto aveva luogo a fine dicembre inizio gennaio, dopo aver fatto il buco di cm 50x50x50 con il "baragghiu", mentre dove si incontrava la pietra si adoperava lo "zappuni" .
Aratro, dal lat. Aratrum, in sic. Aratru a spadda.

Ciò in quanto originariamente veniva trainato dal giogo fissato sulle spalle degli animali. Successivamente, spostato il giogo tramite apposite selle sulla schiena degli animali, prendeva il nome generico di aratro a pertica. L’aratro, di costruzione artigianale, è costituito da una trave lunga, ossia pertica, di cui una estremità viene collegata al giogo e l’altra si incastra al centro del "puntali" dove è trattenuta dalla "meccia". Il "puntali" costituiva l’aratro vero e proprio, formato da un pezzo di trave sagomata con in alto l’impugnatura, detta "manuzza", e in basso un vomere fisso in ferro che creava il solco più o meno profondo, a seconda dell’angolo, formato con la pertica, che veniva regolato dalla "turnigghia" in legno fissata da un "cugnu" nel "cavadduzzu" o gobba in legno che fa da rinforzo alla pertica nel punto di trazione.

Giogo, dal latino Jugum, per mucche o buoi

Di costruzione artigianale, è costituito da una trave in legno sagomato formante alle due estremità due identici collari, ossia "cuddara", delimitati da due fori passanti in cui venivano fissate le cordicelle dei pettorali che trattenevano i due animali al giogo. Mentre l’incavo esistente al centro del giogo serve per tenere fissa la "pastura", che collegava la pertica dell’aratro al giogo.

Pettorale, dal latino Pectorale,per qualsiasi animale.

È realizzato artigianalmente in "curina", ossia le penne che compongono le foglie a ventaglio della palma nana o "scupazzu". Le penne, dopo essiccate e messe a bagno nell’acqua, venivano arrotolate su sé stesse collegandole l’una all’altra così da formare un’unica cordicella che, opportunamente intrecciata, era capace di opporre una notevole resistenza alla trazione degli animali che non subivano alcun danno.

Pastoia, dal latino Pastura.

È realizzata artigianalmente con due verghe di faggio opportunamente attorcigliate su se stesse e intrecciate l’una con l’altra. Serviva per collegare l’estremità della pertica dell’aratro, o di alcuni carri, al centro del giogo tirato dagli animali.

Giogo, dal latino Jugum, per cavalli o muli.

Costruito artigianalmente, è costituito da una trave in legno di quercia sagomata nella quale sono posti, nella dovuta posizione, i due pettorali, la "pastura" e la testa della pertica con la "cavigghia", o spina, per non farla sfilare.

Giogo, dal latino Jugum, per asini.


Costruito artigianalmente, è costituito da una trave di legno di quercia sagomata e formante, alle due estremità, due identici collari, ossia "cuddari", delimitati da 2 fori passanti in cui venivano fissate le estremità dei pettorali che tenevano uniti i due animali, mentre nel centro vi è piantata una "uccula", o anello di ferro, che serviva a fissare la pastura che tratteneva la pertica.

in sic. Maravusca, nome composto da "amara" e "vusca" cioè:
guai a chi li prende
Si tratta di un tipo di frusta, di costruzione artigianale, costituita dal lungo manico di legno con una frusta di corda intrecciata per incitare gli animali, da una parte, e dall’altra una paletta di ferro per pulire di tanto in tanto il vomere ossia "l’ommira" dell’aratro.

Giogo, dal latino Jugum.

Costruito artigianalmente, è costituito da una trave grezza alle cui estremità troviamo, al posto dei collari, due "tireddi", ossia piccoli tiranti, in tondino di ferro sagomato ad "U" fissato alla trave, nel quale veniva introdotta la testa della sella da lavoro. Al centro del giogo vi è una staffa di ferro sagomato con, all’estremità, un foro passante nel quale si introduceva il gancio della "pastura", ora tutta in ferro.

Pastoia, dal latino Pastura.

Di costruzione industriale, è formata da un anello di ferro tondo in cui veniva introdotta le testa della pertica, e da un gancio che veniva introdotto nel buco della staffa del giogo, come si può vedere dalla foto esplicativa.
Sella, dal latino Sella.
Di costruzione artigianale, è costituita da una parte anteriore in un unico pezzo di legno a forma di "Y" rovesciata, il cui gambo prende il nome di "testa i sidduni" dove veniva introdotto il tirante del giogo, la cui estremità poggia su due "cavigghiuni" sporgenti chiamati "puppa". Queste due caviglie, con le altre quattro più corte, servivano a collegare la forcella anteriore con quella posteriore fatta da due pezzi di legno lavorati e uniti.


Di costruzione artigianale, è costituita da una parte anteriore a forma di "V" rovesciata, realizzata con due pezzi di legno sporgenti dal punto di incontro che costituiscono la testa, ora più propriamente detta "palummedda" in quanto, pur conservando la stessa funzione, i due pezzi di legno sporgente richiamano le ali della colomba. Mentre i due "cavigghiuni" sporgenti in alto conservano la funzione e il nome di "puppa" del "sidduni i laurari" (1924). Questo, come si vede con l’ausilio di un cavalletto, veniva poggiato sulla schiena dell’animale sopra un cuscino di tela di canapa imbottito di paglia, ossia "varduni" (1921), ed era fissato con un "suttapanza" (1923) di cuoio e con un pettorale (1922) di corda di "zammarra" o agave, oltre alla "curera" che manca

Di costruzione artigianale, è costituita da una parte anteriore a forma di "V" rovesciata e realizzata da due pezzi di legno lavorati e sporgenti dal punto di incontro, dove sono collegati da un bullone di ferro, e conservano sia la funzione che il nome di testa o "palummedda" della sella da lavoro. Questa, al posto delle due caviglie sporgenti, ha una tavola piatta, che costituisce la "puppa", tenuta da un tondino di ferro piegato a "U" e imbullonato nel retro della sella, tenuta da altre quattro "cavigghi" di legno.
Di costruzione artigianale, è costituito da 4 sbarrette di ferro piatto, imperniate su altre due barre sagomate a forma di "V" rovesciata nei cui vertici è imperniata un’altra barra di ferro piatto sagomato ad "U", la cui parte sporgente costituisce la "puppa". Nel centro si innalza un grosso tondino di ferro lavorato, avente il vertice tagliato e ripiegato per riproporre l’idea della "palummedda", ormai talmente radicata da far passare in secondo ordine il vecchio nome di "testa i sidduni i laurari".
Di costruzione artigianale, è costituito da una trave grezza alle cui estremità troviamo, al posto dei collari, due "tireddi", ossia piccoli tiranti in tondino di ferro sagomato ad "U", fissati alla trave e introdotti nelle teste, ossia "palummeddi" delle selle da lavoro, mentre la trave poggia sulle "puppe". Al centro del giogo troviamo ora fissato un tondino di ferro sagomato ad "U" che prende il nome di "maniuni" in cui, evitando l’impiego della scocca, si introduceva la testa della pertica dell’aratro che veniva fissata da una spina o "trafitta".

Aratro, dal latino Aratrum, in siciliano Aratru a scocca (tradizionale).
Di costruzione artigianale, è costituito dal "puntali" in legno sagomato con in alto l’impugnatura, detta "manuzza", e in basso un vomere, ossia "ommira a scarpa", in quanto si mette e toglie come una scarpa. Al centro vi si incastra la pertica, quasi della stessa lunghezza, collegata all’aratro dalla "turnigghia" in ferro, che regola l’angolo di inclinazione per arare più o meno profondamente. L’altra estremità della pertica è di forma cilindrica, detta "masculu" o maschio, che si introduceva nella femmina della scocca.

Nocca,dal medio alto tedesco Knochen, in siciliano Scocca.
Nocca di costruzione artigianale per equini, costituita da una forcella in legno con due lunghe gambe sagomate, o "iammi", alle cui estremità sono due anelli che servono per collegarla al "sidduni i laurari", mentre nella grossa testa della forcella si trova un foro passante, detto "fimmina", dove si introduce il maschio della pertica dell’aratro, che veniva fissato con l’ausilio di una rondella e di una "trafitta", o spina, come si può vedere dalla foto esplicativa.

Sella, dal latino Sella, in siciliano Sidduni i laurari.
Di costruzione artigianale, nell’evoluzione dell’aratro "a spadda" nato nell’età neolitica, questo tipo di "sidduni i laurari", che si rifà, nel principio costruttivo, ai "cuddara" del giogo, segna la nascita dell’aratro a scocca, già conosciuto nell’ottavo secolo a.C. in Grecia e in Italia, dal quale deriva quello siciliano. Esso si compone di un pezzo di legno, lavorato in modo da dare una sagoma abbastanza ricurva da poggiare sulla schiena dell’animale, mentre alle estremità, oltre ai rispettivi ganci in ferro battuto, o "cruocchi", che si agganciano agli occhielli posti alle estremità delle gambe della scocca, vi sono due anelli e due fori a cui si legavano il pettorale e il sottopancia.
Di costruzione artigianale, è realizzata con due lunghe strisce di ferro piatto, sagomate a forma di "V" rovesciata e collegate da sei sbarrette, di cui le due più in basso sporgenti e formanti due ganci a cui veniva collegata la scocca dell’aratro, mentre gli anelli in ferro, o "ucculi", esistenti nella parte superiore, servivano per farvi passare le redini per guidare l’animale, sul cui dorso, per non fargli male, si poggiava il "varduni" (1918), cuscino in tela di canapa imbottito di paglia.

Lenza, dallo spagnolo Lienzo, in siciliano Lenza.

Di costruzione artigianale, è realizzata in "curina", ossia con le pinne che compongono le foglie a ventaglio della palma nana o "scupazzu". Le pinne, dopo essiccate e messe a bagno nell’acqua, venivano arrotolate su se stesse collegandole l’una all’altra così da formare un’unica cordicella capace di opporre una notevole resistenza alla trazione, tanto che veniva usata anticamente per allineamenti di impianti agricoli, edili, ecc..

..., sic. Baragghiu.
Attrezzo di costruzione artigianale, in ferro temperato, che serviva per rompere le zolle, in genere, e per fare buche di modesta profondità. È costituito da una lamina di acciaio di forma rettangolare con un lato leggermente incavato e, al centro del lato opposto, un occhio in cui si introduce il manico in legno. Il "baragghiu" anticamente era più stretto della zappa e più largo dello "zappuni".




Zappone, dal latino Sappa, in siciliano Zappuni.




Attrezzo, di costruzione artigianale, in ferro temperato stretto, lungo e abbastanza pesante, con un occhio, nella parte stretta, per il manico in legno. Serviva generalmente a scavare terreni pietrosi.


















Maghiuolu, dal latino Malleolus, in siciliano Magghiuolu.
Sarmento che si taglia dalla vite, al quale è lasciato in fondo un pezzo del ramo su cui è nato, da cui piglia la forma di martello, e si pianta per allevare una nuova vite identica a quella da cui si è tagliato.

lunedì 24 gennaio 2011

"U CUONZU" o torchio moderno

L’introduzione del "cuonzu", o torchio moderno, ebbe molto successo in quanto, oltre a ridurre notevolmente i tempi della spremitura dell’uva, consentiva di attuarla in locali alquanto modesti, anche se in un primo momento ci si limitò alla sostituzione dell’antica pressa greca nell’"aria" di centro.

Per cui l’uva, ridotta in poltiglia dai "pisaturi", quando non si infossava per la fermentazione veniva messa nel "cuonzu" dove una sola persona poteva strizzarla rapidamente, mentre il succo continuava a raccogliersi nel solito tino sottostante.

Questo tino era un parallelepipedo, con i lati di m. 1,50 per 2,50 circa e una profondità di 2 o 3 m., dove si poteva scendere grazie ad una scaletta ricavata con delle pietre sporgenti dette "palummeddi" su uno o due lati formanti uno dei 4 angoli.

Dopo avere raggiunto la fermentazione desiderata, il mosto veniva "sfossato", cioè uscito, per metterlo nelle botti. Questa operazione, come quella per uscire i raspi, era molto delicata in quanto la fermentazione del mosto produce un gas molto velenoso insapore e inodore, cioè l’anidride carbonica. Questa, essendo più pesante dell’aria, restava dentro il tino per cui, mentre una persona muoveva l’aria con un sacco od un otre di "lona", un’altra vi scendeva. Al fine di "sfussari" anche l’ultimo residuo di mosto, si immergeva il "bagghiuolu" nella "cupunara", piccolo fosso esistente sul fondo del tino, che così si prosciugava agevolmente fino alla fine.

Più tardi, per evitare tutta questa serie di inconvenienti, si incominciò a pestare l’uva dentro il tino di legno posto vicino al cuonzu o torchio moderno dove si continuavano a mettere per strizzarli i raspi, il cui succo veniva ora raccolto già filtrato in un altro tino di legno.

Da qui, con dei "lannuni", veniva versato nella quartara da mosto per misurarlo e quindi versarlo, con appositi imbuti, nei "carratedda" o nelle otri di olona, per trasportarlo alla "rispenza", dove veniva versato nelle botti. Queste, quando erano nuove, prima venivano pulite con acqua calda in cui si erano fatte bollire delle foglie di alloro o altre erbe aromatiche o si sciacquavano con del vino buono. Quindi le botti venivano disinfettate con vapori di zolfo con il "pipituni", che non vi lasciava cadere le gocce di zolfo acceso.

Infine, le botti venivano riempite fino ad un certo punto con il mosto, che vi si travasava dalle otri o dai "carratedda" grazie al relativo imbuto.

Finita l’operazione, la botte non si poteva chiudere in quanto il mosto doveva completare la sua fermentazione per diventare vino, per cui il buco veniva chiuso da una "scutedda o pignata", fatta in argilla con tanti fori, che mentre consentiva la fermentazione, impediva agli animali di cadere dentro le botti.

Torchio, dal latino Torculum (dall’espressione latina Concinnare torculum, disporre il torchio, divenuta nel tardo latino Conciare), in siciliano Cuonsu.


Di costruzione industriale, esso si compone di una grossa e pesante base (1680) di forma quadrata, poggiante su 4 piedi in legno, con al centro fissata un’alta vite in ferro massiccio. Nella parte alta della vite è posizionato il cricchetto (1684), tutto in ferro, che viene mosso dallo spostamento in avanti e indietro della leva, pure in ferro pieno, e a seconda della posizione dei salterelli sale o scende. Alla base del torchio poggia il "cannizzu" (1683) che è realizzato, in due parti, con una serie di listelli di legno imbullonati su tre semicerchi di ferro piatto, e quando le due parti sono chiuse formano un cilindro dentro il quale si butta la poltiglia dell’uva pigiata. Al di sopra di questa si posiziona il "timpagnu" (1681) del torchio, costituito da due semicerchi di legno molto spessi che coprono tutta la circonferenza del "cannizzu". Quindi sopra il "timpagnu" si posizionano i "cippi" (1682) di legno a due a due "capiati", cioè alternati, aggiungendo gli altri a mano a mano che l’uva pressata diminuisce di volume, facendo fuoriuscire il mosto dalla canaletta in ferro. Qui è posizionato il "crivieddu" (1701) che è un semicilindro in tondino di ferro imperniato, per trattenere le impurità che fossero passate dal "cannizzu", mentre il mosto scorre nella "menza tina", come si vede dalla foto esplicativa.









Tino, dal francese Tine, in spagnolo Tina, in siciliano Tinu.

L’esemplare di cui trattasi, di costruzione artigianale, per la capacità pari a litri 75 circa, può definirsi più precisamente mezzo tino. Esso è costruito con tutta una serie di tavole di castagno, dette doghe, tenute assieme da tre cerchi di ferro piatto sottile, di cui quello più in basso trattiene pure il fondo, detto "timpagnu". Serve quale contenitore e, nella vendemmia, per la pigiatura dell’uva, come pure per raccogliere il mosto ricavato dalla torchiatura della poltiglia dell’uva.

Tinozza, dal francese Baille, in siciliano Bagghiuolu.

Esso è costruito artigianalmente con tavole di castagno, o doghe, al centro leggermente curve e tenute assieme da cerchi in ferro piatto di cui quello inferiore trattiene il fondo, o "timpagnu", mentre sotto il labbro superiore vi è un manico di legno leggermente decentrato. Serve per il trasporto e travaso di mosto, vino, ecc.. Ve ne sono di varie capacità, quello in oggetto è di 15 litri circa ed è stato realizzato dall’artigiano bottaio di Vittoria Vincenzo Scivers sul modello antico.








Bidone, dal francese Bidon, (poiché in latta) dal latino Lamna, in siciliano Lannuni.



E' ricavato tagliando il coperchio da un vecchio bidone di latta di circa 20 litri utilizzato per olio, benzina, ecc., come quello in questione che è della Shell, e mettendovi un manico di legno leggermente decentrato. Questi "lannuni" sostituirono gli antichi "bagghiuoli" molto più pesanti e costosi e furono utilizzati per travasare mosto, vino,ecc..

























Quartara, dal latino Quartarius (1/4 del Sextarius), in siciliano Quartara.

Essa è costruita artigianalmente con tavole di castagno, dette doghe, tenute assieme da 5 cerchi in "raetta", ossia ferro piatto sottile, di vari diametri in quanto dal profilo leggermente bombato della parte inferiore si passa a quello troncoconico nella parte superiore, dove vi sono due manici contrapposti, pure in ferro piatto, incastrati nel cerchio del labbro e nel penultimo. Essa, della capacità di 15 litri circa, serviva per il travaso di mosto, vino, ecc..











Quartara, dal latino Quartarius (1/4 del Sextarius), in siciliano Quartara i mustu.

È costruita tutta in latta stagnata. È formata dal collo, o "cuoddu", di forma cilindrica che è attaccato ad un ampio e stretto troncocono, chiamato "pillirina", a cui segue la "panza" che è un cilindro leggermente svasato e chiuso nella parte più stretta da un fondo. Questo è protetto dal "circu" in larga "raetta", ossia sottile ferro piatto, mentre un altro cerchio, molto più stretto, è messo a protezione del labbro nel collo, dove sono saldati i caratteristici manici realizzati con sei pezzi di "cannola", tubi di latta. La quartara da mosto serviva per la "cunsinna" in forma privata dello stesso, cioè per la misurazione ed era della capacità di 10 litri fino al buco che, quasi sempre, veniva tappato per abbondare in considerazione del fatto che il mosto, essendo in fermentazione, era più voluminoso del vino.

Carratello, dal basso latino Carrata, in siciliano Carratieddu.








È costruito artigianalmente con tavole di castagno sagomate, dette doghe, tenute assieme dai cerchi in "raetta", o ferro piatto sottile, di cui quelli estremi trattengono anche il fondo e il coperchio detti "timpagni", mentre nella pancia vi è il foro per riempirlo. L’esemplare di cui trattasi, con le iniziali "L. P." incise a fuoco, della capacità di 30 litri circa, per la sua struttura particolarmente alta e stretta serviva per i trasporti di mosto, vino, ecc., a barda, prendendo il nome di "carratieddu a catanisa", in quanto questa forma conservò nel tempo le sue caratteristiche in quel territorio.
È costruito artigianalmente con tavole di castagno sagomate, dette doghe, tenute assieme dai cerchi in "raetta", o ferro piatto sottile, di cui quelli estremi bloccano il fondo e il coperchio ovalizzati, detti "timpagni", mentre nella pancia, ora schiacciata, vi è il foro per riempirlo. L’esemplare di cui trattasi, della capacità di 50 litri circa, per la sua forma pronunziatamente ovale serviva per il trasporto di mosto, vino, ecc., a barda, prendendo il nome di "carratieddu a sirausana", in quanto conservò nel tempo questa forma in quel territorio.










Otre, dal latino Uter, in siciliano Utru i lona.







Recipiente di circa 40 litri, per il trasporto soprattutto di mosto, fatto con tessuto di cotone compatto e resistente, fabbricato artigianalmente con filati grossi. Ha la forma di un sacco rettangolare col lato superiore che si restringe a forma di imbuto, la cui bocca veniva attorcigliata e legata con una cordicella cucita ad un’estremità, mentre all’altra estremità vi è un manico dello stesso tessuto.















Imbuto, dal latino Imbuere (p.p. Imbutum), in siciliano Mutu i carratedda.

Costruito artigianalmente, di forma troncoconica, è costituito da tante strisce di tavole di castagno, dette doghe, unite da due cerchi di ferro piatto sottile, o "raetta", di cui quello inferiore trattiene il fondo sul quale, in posizione decentrata, si trova un "cannuolu" che si introduce nel buco delle botti, e più propriamente dei "carratedda", infatti ha due piccoli piedi sporgenti, nel lato opposto al "cannuolu", per restare in posizione orizzontale. Come si può vedere dalla foto esplicativa, serve per travasare liquidi, ma soprattutto mosto e vino.

Imbuto, dal latino Imbuere (p.p. Imbutum), in siciliano Mutu i carratedda.

L’imbuto, costruito artigianalmente interamente in latta, come dalla targhetta in rame, era di un certo Lo Monaco Francesco. È formato da un cilindro, ossia "pavera", che nella parte superiore ha un rinforzo, ossia "rinfasciu", in ferro piatto o "raetta". Nel lato interno vi è la "contrapavera", che serviva, durante l’operazione di travaso, ad impedire la fuoriuscita del liquido. Al di sotto del cilindro si attacca il cono, chiamato "pillirina", a cui segue la "cannedda", ossia cannula, con tre fili di ferro saldati sulla verticale che servono per non fare aderire la cannula al foro, permettendo così la fuoriuscita dell’aria a mano a mano che entra il vino, come si può vedere dalla foto esplicativa.






















Botte, dal tardo greco Boutis, in basso latino Butta, in siciliano Vutti.

Si tratta di un recipiente di "quattru carrichi" pari a 320 litri, costruito artigianalmente con tavole di castagno, ossia doghe, che vengono tenute assieme da una graduata serie di cerchi in "raetta", ossia ferro piatto sottile, di cui quelli estremi trattengono il fondo e il coperchio, chiamati "timpagni". In quello anteriore, come si può vedere, vi è una "purtedda", ossia portello, togliendo il quale si può pulire di tanto in tanto la botte dai residui del mosto, che si introduce dall’apposito foro della botte esistente in alto sulla pancia. Da notare, al disotto del "cugnu" che trattiene la "purtedda", il "cicaluoru", in osso di corno, che serve per modesti prelievi di vino o assaggi.

Zolfo, dal latino Sulfur, in siciliano Surfuru.






Si tratta di pastiglie di zolfo e cordicelle di zolfo con anima di cotone, ossia miccia, di produzione industriale. Sia l’una come l’altra si accendevano e si introducevano nella botte vuota, lasciandole sospese ad un fil di ferro nel foro della botte, posizionato in alto. Lo zolfo bruciando produceva anidride solforosa che, essendo più pesante dell’aria non usciva dalla botte fin tanto che non si fosse riempita del gas venefico, che così uccideva eventuali microrganismi, come muffe, ecc.. Questa operazione, ossia la "’nzurfarata", si faceva 24 ore prima di riempire la botte col mosto.





Pituita, dal latino Pituita, in siciliano Pipituni.

Strumento, costruito dal lattoniere Giuseppe Di Marco, ex allievo di Zarino Vincenzo, in lamiera zincata con il corpo principale a forma di cono, nel cui fondo poggia una vaschetta con lo zolfo acceso. E poiché lo sportellino è traforato consente di alimentare la combustione dello zolfo i cui vapori, attraverso le cannule, ossia "beccu", potevano entrare nella botte da disinfettare, evitando l’inconveniente della pasticca o della cordicella di zolfo che, durante la "‘nzurfarata", lasciavano cadere gocce di zolfo acceso con conseguenti rischi. Questo apparecchio è stato realizzato e introdotto sul mercato per la prima volta dal lattoniere Zarino Vincenzo all’inizio del 1900.




















Imbuto, dal latino Imbuere (p.p. Imbutum), in siciliano Mutu i utti.

Costruito artigianalmente con larghe tavole, dalla fine del 1800 generalmente l’interno veniva rivestito di latta, ha la forma di parallelepipedo leggermente piramidale, nella parte più stretta del fondo vi è una grossa "cannedda", o cannula, di lamiera e dal lato opposto due piedi in legno. Serviva per travasare il vino nelle grandi botti e vi si posavano sopra fino a due e più "carratedda" segnandoli, a mano a mano, col gesso sul lato anteriore, come si può vedere dalla foto esplicativa.


























Scodella, dal latino Scutella, in siciliano Scutedda.
Palombo, dal latino Palumbus, in siciliano Palummedda.
Pignatta, dal latino Pineata, in siciliano Pignata.


L’oggetto, a forma di grossa cipolla o ampolla, è costruito artigianalmente in argilla ed ha tutta una serie di fori, fatti prima della cottura, nella parte superiore. Il gambo, affusolato e vuoto come il resto, veniva introdotto nel foro della botte appena riempita col mosto a mo’ di tappo, come si può vedere dalla foto esplicativa. Ciò consentiva al mosto di continuare a completare la sua fermentazione senza conseguenze per la botte, evitando che qualche animale vi cadesse dentro. Dei diversi nomi con cui viene chiamato l’oggetto in questione, quello più rappresentativo ci sembra "pignata".

sabato 15 gennaio 2011

La vitivinocoltura della piana di Vittoria

La vite nostrana o vitis vinifera è originaria dei paesi che si affacciano nell’area del Mediterraneo, dove particolarmente vive in Sicilia. Qui l’uomo preistorico ne consumava, come frutta spontanea, i grappoli non conoscendone il nettare e i suoi effetti.

Emblematico a tal riguardo è l’episodio di Ulisse, narrato da Omero nell’Odissea, che sbarcato in Sicilia e fatto prigioniero da Polifemo lo acceca, dopo averlo ubriacato con il vino estratto dall’uva. Con la fuga di Ulisse e il suo rientro in patria inizia la colonizzazione greca della Sicilia e, non a caso, proprio con la fondazione nel 743 a.C. di Naxos (Taormina), prossima all’area dei ciclopi ossia ad Acitrezza. Con tale colonizzazione i greci introdussero nuove coltivazioni tra cui quella sistematica della vite con i metodi di lavorazione, estrazione, conservazione e commercializzazione del vino.

Troviamo così che la vitivinicoltura rapidamente si diffuse lungo la costa orientale dell’isola, come attestatoci dalla fondazione nel 733 a.C. di Siracusa e, nel 598 a.C.di Camarina. Infatti qui la vitivinicoltura ci è documentata, come scrive il Pace, da alcune monete che presentano nell’esergo delle anfore vinarie, tipiche per la bocca stretta e la pancia allungata, che venivano usate soprattutto per il trasporto e quindi la commercializzazione del vino. Questo, dopo l’occupazione romana della Sicilia, prevalentemente si esportava a Roma e nell’Italia centro-meridionale, dove risiedevano i patrizi romani.

Infatti, durante gli scavi di Pompei, distrutta nel 79 a.C. dall’eruzione del Vesuvio, si ritrovarono diverse anfore vinarie che, come ci attestano le iscrizioni, sono provenienti da Taormina e dal mesopotamio, designato negli itinerari romani dell’epoca antoniana (138 a.C.-92 d.C.). Ciò in quanto durante questo periodo l’ex regione Camarinese, intensamente popolata da casali e fattorie, posta com’è tra l’Ippari e l’Acate, prendeva il nome dotto di Plaga Mesopotamica dove le navi mercantili facevano scalo. Questa, d’altra parte, era collegata con il retroterra grazie ad una fitta rete viaria che collegava il nostro territorio col resto della Sicilia, come attestatoci dalla tabula Peutingeriana. La suddetta tabula, certamente di origine imperiale oltre ad avere avuto fonti comuni con il cosiddetto Itinerarium Antoniani probabilmente si rifà ad Agrippa (63 a.C.-12 a.C.), il quale fra l’altro preparò il materiale per una carta geografica del mondo.

Dette strade, nate durante la conquista romana della Sicilia, fatte spesso su quelle greche o il tratturo preistorico, venivano utilizzate per il trasporto e il commercio interno alla Sicilia, dove collegavano i paesi più disparati e distanti.

La persistenza di queste strade, come quella che quasi ripercorreva la vecchia statale 115 da Agrigento a Siracusa, nella Piana di Vittoria ci è attestata da documenti del 1500 e del 1600, così come la vocazione vitivinicola. Questa, con la ricolonizzazione del 31/12/1607 della Terra di Cammarana, di Bosco Piano, col nome nuovo di Vittoria, grazie alla concessione di una salma di terra con un canone ridotto che Vittoria Colonna faceva ad ogni capo famiglia che l’avesse piantata a vigna, diventava l’economia trainante per tutti i paesi circonvicini, come Acate, Comiso e Santa Croce Camerina fino agli inizi del novecento.

D’altro canto la natura del terreno costituito in gran parte di arenaria larga, che lascia filtrare l’acqua, così come si presta alle coltivazioni forzate in serra si prestava alla coltivazione vitivinicola in quanto dava un prodotto altamente alcolico e remunerativo capace di sostenere tutte quelle attività collaterali che impegnavano uomini, animali e mezzi per tutto il ciclo produttivo.